Emotional Breakdown


The Appleseed Cast – Sagarmantha by matteo
febbraio 4, 2009, 6:29 pm
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(La copertina é della versione in vinile, quella cd fa cagare)

Mi fa un pò strano parlare degli Appleseed Cast. E’ un gruppo che amo ancora, ma che mi aveva un pò deluso con Peregrine troppo prodotto, troppo indie, troppo noioso – e che quindi non sento da un pò di tempo. Credo di ritenermi molto fortunato ad averli visti in un periodo d’oro, durante il tour di supporto di Two Conversations (gran disco), ma spero ugualmente che degnino di visitare di nuovo il vecchio continente per promuovere questo loro nuovo lavoro. Vi risparmio il mega pippone su come hanno contribuito alla storia dell’emo, con quei capolavori che si chiamano Marea Vitalis, The End of the Ring Wars, Low Level Owl – e passo subito a Sagarmantha. Aspettative altissime. L’unico pezzo che avevo sentito in “anteprima” é l’opener di 8 bei minuti, As The Little Things Go, che é un signor pezzo nonostante la durata, fatelo voi un pezzo emo/post-rock così lungo senza romperci i coglioni. Il cantato é diminuto ovviamente, però quando c’é é come sempre spettacolare, capace di far quasi venire i brividi con quel tono soave e rimembrante dei salad days dell’emo ’90. Uno di questi pezzi é The Summer Before, che rappresenta bene l’obiettivo che hanno voluto raggiungere AC con il loro quinto disco: un compromesso fra Peregrine e Two Conversations, addobbato con tanti ritocchi sperimentali, vuoi un pò di xilofono qua e là, vuoi qualche schitarrata acustica ed un pò di elettronica varia che va ad arricchire le atmosfere post-rock/slowcore.

Non dovrei neanche dirvelo, ma é un disco che va sentito a massimo volume in cuffia, stesi sul letto (alle masturbazioni ci pensano loro a sta botta).Tiriamo un sospiro di sollievo per aver recuperato in extremis in gruppo con i controcazzi che ci mancava tanto.

Bello bello.

Sagarmanthatevi:

http://www.megaupload.com/?d=UJVGV5KZ

Matteo

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Una vita (e dei consigli) veloci by matteo
settembre 8, 2008, 10:07 am
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Qualche consiglio per un inizio di settimana più piacevole:

The Summer We Went West

Chiudete gli occhi e pensate intensamente a questi gruppi: On The Might of Princes, Make Believe, Braid e The Casket Lottery. Ecco, ora avrete un’idea su come sono i The Summer We Went West. Scaricatevi tutta la loro discografia qui:

http://www.thesummerwentwest.com/

Mooncake

Nell’ambito del post-rock é sempre difficile riuscire a dire qualcosa d’interessante, ma questo gruppo russo per me farà strada. Sempre seguendo le orme di Explosions In The Sky, Mogwai e Godspeed You Black Emperor!, ma una chance fossi in voi gliela darei.

http://www.myspace.com/mooncakeband

Native

Basta dire che finalmente sento qualcosa di nuovo e fresco nel panorama dell’emo/punk? Qualche spruzzata di screamo qua e là e via. End of a Year meets Off Minor.

We Delete, Erase:

http://www.mediafire.com/?t1vevvbocgq

Matteo



Envy/Jesu – Split by matteo
luglio 1, 2008, 9:55 pm
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envy

E ora anche gli Envy sono diventati sto gruppo che fa di moda dire siano fighi, ‘nevvero? Proprio quando hanno iniziato ad abbandonare la strada dello screamo per accostarsi a qualcosa più facilmente definibile come post-rock o post-hardcore. L’anima del gruppo giapponese rimane tale e quale a quella che li ha visti nascere con quei titoli ormai dimenticati, Breathing and Dying in this Place, From Here to Eternity e poi i più popolari All the Footprints […] e A Dead Sinking Story. Le atmosfere sono indubbiamente molto più mistiche e sognatrici, ma quando scattano le parti più frenetiche riassaporiamo una delle più belle voci del panorama screamo – non che non lo sia altrimenti. Il loro pezzo più bello é A Winter Quest for Fantasy, proprio perché sembra mantenere ancora (più degli altri due) quell’equilibrio fra post e screamo/noise. Bella anche Life Caught in the Rain, con un piglio decisamente più melodico, quasi commerciale se vogliamo – dovremo abituarci.

Solo due i pezzi degli Jesu, ma entrambi lasciano qualche perplessità; credo abbiano fatto cose molto più convincenti, soprattutto in riguardo a Hard to Reach.

Dunque uno split fra due mostri sacri che si stanno lentamente re-inventando in salse leggermente diverse; speriamo che raggiungano entrambe la trasformazione voluta.

(E aspettiamo con ansia lo split Envy/Thursday)

http://www.mediafire.com/?gdy1xypimgu

Matteo



Jakob by nicoebd
aprile 17, 2008, 2:39 pm
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La principale differenza tra le band di una volta e quelle di oggi a mio avviso è una sola: il suono. Non tanto per colpa di un evoluzione dovuta ad un necessario cambio generazionale, ma più che altro per colpa della concezione, della considerazione che oggigiorno le band emergenti danno al suono delle proprie canzoni.
Ci sono le dovute eccezioni, ma mi capita sempre più spesso di imbattermi in gruppi che preferiscono puntare sulla tecnica, sul bell’assolo impossibile, sul pezzo d’effetto, invece che concentrarsi sulla creazione di un qualcosa di più personale, di un qualcosa di più intimo.
Ed è proprio il concentrarsi su di un proprio sound che permette ad una band di evolversi e di stupire, perchè a volte non è necessario utilizzare la voce per poter raggiungere l’ascoltatore, per poterlo emozionare, ma si può far trasparire la propria passione tramite il suono dei propri strumenti.
Basta prendere gruppi come i Pelican, Isis o Explosions in the Sky, che album dopo album dimostrano questa teoria, puntando più sulla creazione di veri e propri paesaggi sonori che sulla canzone stessa.
Di questa schiera di bands fanno parte pure gli Jakob, trio proveniente dalla città neozelandese di Napier, dediti anch’essi ad un post/ambient-rock che da circa 10 anni a questa parte ha saputo farsi apprezzare soprattutto dai fans del genere.
La loro è una musica che ha saputo evolversi con il tempo, passando dallo stile più progressive del primo album “Subsets Of Sets” alle distorsioni rumorose del secondo acclamato “Cale:Drew”, dove emergono episodi di furia psichedelica alla Sonic Youth ma anche melodie che invece rimandano ai maestri Mogwai.
L’ultima loro prova risale a due anni fa con il disco “Solace” in cui i tre seguono il percorso tracciato dagli album precedenti senza troppi colpi di scena, ma comunque senza abbandonare il proprio stile e lasciando per certi versi spazio ad atmosfere più dark che in passato.
Chi segue tale scena molto probabilmente già li conoscerà ma comunque consiglio l’ascolto a tutti coloro che apprezzano tale genere di musica.
La loro discografia non è difficile da scovare su internet comunque la trovate comodamente a questo link.

Qui invece il loro myspace: www.myspace.com/jakobmusic

Nicolò



Moving Mountains – Pneuma by matteo
marzo 19, 2008, 5:15 pm
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Incuriosito dal loro nome, (pensavo avesse qualcosa a che fare con i The Casket Lottery) ho deciso di dare una chance a questo giovanissimo gruppo che si pubblicizzava come “post-rock”. I seguaci di tale genere sapranno meglio di me che ultimamente si sente poco e nulla di nuovo che possa essere classificato come interessante o, ancora peggio, innovativo. Non vorrei pubblicizzare il debutto dei Moving Mountains, Pneuma, come un disco sensazionale o che rimarrà nella storia, ma semplicemente descriverlo per quello che é: un insieme di ottimi pezzi post-rock/post-hardcore romantici che spesso ricordano persino i The Appleseed Cast. Una produzione cristallina aiuta a far scorrere piacevolmente i pezzi più lunghi, come 8105 e Ode We Will Bury Ourselves – due delle canzoni che tra l’altro considero i più significativi dell’lp; giri di chitarra degni dei migliori Explosions In The Sky, anche se in chiave più “commerciale” e sdolcinata.

Magari fossi riuscito anche io all’età di questi ragazzi (che seguono l’ultimo anno di liceo) a concepire un disco del genere. Non saranno i prossimi Mogwai ma nel roster della Deep Elm ci vanno a fagiolo; se siete amanti dei loro compagni di label (nuovi o vecchi) seguite il mio consiglio e compratevi Pneuma.

Matteo

Listen: http://www.myspace.com/movingmountainsmusic



Kwakiutl Cannibal Society- Demo by Adriano Boltagon
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Ora dovrei parlare sopratutto di questa magnifica band, ma vorrei iniziare raccontandovi di quanto sia stronzo il mio “collega” Mattia.
Mentre il vile padovano (questo è Mattia) mi insultava e criticava le mie scelte per il “mix tape” (ok, rivedendolo potevo far di meglio) diceva, con il suo tono da professorino che legge il Foglio, che però, ai suoi occhi elitari, potevo esser salvato solo grazie alla presenza dei Kwakiutl Cannibal Society e alla mia passione per essi. Io, da lì cominciai a tracciare la mia personalissima visione di questa band “eh bhè sono perfetti! anni 90′, sono stati assieme pochissimo, hanno un nome assurdo, si sa un cazzo su di loro e sopratutto non c’hanno uno sito internet” e Mattia “ma veramente guarda qua http://www.myspace.com/kwakiutl. Ecco, Mattia mavaffanculo.
Quindi ora posso dirvi che sono di New York, che sono stati attivi fino al 2001 e che sono divisi fra Takaru, I Am The Eagle e Brochure. E se andate sul my space ci trovate anche foto e tutto quanto. Quindi tutte le mie fantasie erotiche che prevedono giornate fatte di fumetti, Natalie Portman e band misconosciute degli anni 90′ si fottono grazie a Mattia e a My Space.
Del demo che dire? Roba fatto con lo stomaco, ma senza quell’austerità e supponenza che si potrebbe pensare. Tipo come se a suonare fossero i vostri migliori amici. Ok, qui la roba è seria e sofferta, ma dopo sai che sti qui vi aspettano per una partita di calcetto, e di cosa migliore non ce n’è. I vicini di casa si chiamano Indian Summer, Still Life e quelle robe lì che si possono solo apprezzare.
Vincono anche il premio dell’anno “Band di cui non sapevo assolutamente niente, ma cazzo se sono belli” superando di poco i The Days Of Man as Man (che sono qualcosa di incredibile e di cui presto parlerò). Ora, io parto dal presupposto che il 95% dei nostri lettori abbia staccato dal muro  il poster dei Panic At Disco non più di una settimana fa, quindi se per caso qualcuno di voi  conoscesse i KCS per bene e sta pensando “Ma coglione sei tu che non li conoscevi, io son fan da sempre, torna ad ascoltare i Fall Out Boy”, commenti subito che sarei davvero molto contento.

Adriano



Cerberus Shoal by mattiaebd
febbraio 27, 2008, 12:07 pm
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Se avete una discreta confidenza con la musica rock sperimentale e d’avanguardia di questi ultimi anni il nome dei Cerberus Shoal non dovrebbe suonarvi affatto nuovo. Anzi fareste proprio bene a chiedervi cosa diavolo ci faccia una band con undici full lenght all’attivo in questo blog. Voglio dire: un gruppo emo che sta assieme quasi quindici anni e fa unidici dischi? Ma scherziamo? E infatti i Cerberus Shoal attualmente non sono un gruppo emo e forse non lo sono mai stato. Ma questo esordio datato 1994 è un miracolo di post-rock primordiale, figlio diretto dell’hardcore evoluto. Un incanto di arpeggi, rarefazioni, rallentamenti e esplosioni. Con una voce che più emo di così non si può. Per carità, i riferimenti a Slint, Rodan, Tortoise e compagnia sono d’obbligo ma ancora più vicino, a tenersi per manina, ci stanno Indian Summer e Still Life e Dio solo sa quanto geniali sono stati questi musicisti. Gente avanti di anni sull’emo, sul post-rock, gente che aveva capito tutto e dimenticata perchè troppa gente non capisce nulla. La saga di questi due fantastici modi di far musica che vanno a braccetto sarà poi ripresa in maniera splendida da altre menti illuminate – American Football, Appleseed Cast, Envy, City of Caterpillar tanto per buttare qualche nome – ma non è azzardato dire che tutto inizia da qui. E non solo cronologicamente. Perchè in un brano come Breakway Terminal Cable c’è già tutto e di più, poco più di otto minuti che toccano tutte le corde emotive che la musica può toccare. E lo fa con quel suono secco e caldo di un disco di quattordici anni fa: la batteria che sovrasta, la voce che strilla per farsi rispettare, gli strumenti che litigano tra loro e i frusci del vinile. Pura magia e incanto.
Già l’anno successivo per i Cerberus Shoal ci sarà il disco della prima di tante svolte, sempre ad anticipare i tempi, mai ad inseguirli. Noi, come avrete intuito, del tempo tendiamo a fregarcene e la bellezza di un disco del genere pure: non si fa minimamente scalfire dalle tante cose belle e brutte venute dopo, rimane impassibile a predicare Musica con umiltà e occhi bassi a pochi intimi come un anziano maestro zen.
Convertiamoci tutti.

Mattia