Emotional Breakdown


Sorry by mattiaebd
settembre 18, 2008, 7:13 pm
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I Sorry sono il gruppo ideale per farsi un’idea dei confini di quella terra di nessuno che sono gli anni ’80 per il punk/hardcore, quel marasma indefinito di fermenti che racchiude in sè – seppur in forma embrionale – buona parte della musica oggi genericamente definita indie: i Sorry vengono dopo l’hardcore e il punk, prima delle mille correnti successive – emo, shoegaze, post-rock, lo-fi, noise, grunge e via all’infinito. Potrebbero essere un pò tutto questo messo assieme – come tanti loro compagni d’avventura di quegli anni – e volendo pastrocchiare con i suffissi potrebbero essere post- un sacco di cose e proto- un sacco di altre cose: successori e precursori, così com’è nel normale corso delle cose, ma in un modo tutto loro che neppure a posteriori, a venticinque anni di distanza, è possibile racchiudere in definizioni.
Ancora scottati dalla morte del punk e dalla sua risurrezione sotto la forma hardcore, i Sorry vogliono al tempo stesso perfezionare e distruggere la forma canzone punk: si fanno così ricettori senza filtri dell’insegnamento dei Minutemen, innovatori e sperimentatori quasi senza accorgersene: difficile capire dove finisca la consapevolezza in ciò che fanno. Di certo non passava inosservata una band hardcore – o perlomeno così definita e a tutti gli effetti facente parte di quella scena – con un sassofonista in formazione, ma la spontaneità con cui i Sorry tentano quasi ad ogni brano nuove soluzioni, sempre fuori sincrono, è qualcosa che ha ben poco a che fare con la razionalità, è puro istinto e passione. Si sente il piacere di suonare qualcosa di diverso, un piacere che forse è persino necessità, un bisogno personale, esistenziale. I Sorry non cercano un’identità musicale, ma qualcosa di più: distruggono tutto il conosciuto, tutto ciò che rientra nella normalità per ritrovarsi protagonisti in mezzo al vuoto, finalmente artefici della propria musica, capaci di manipolare qualcosa di esistente. Tutto quello che non riuscivano ad essere nell’America di Reagan, specialmente a Boston, uno dei fulcri del disagio giovanile americano, la stessa metropoli asfissiante che stuzziccherà la ribellione sonora di Slapshot e Converge, giusto per fare due nomi.
Tutto questo succede nel 1982 ma già l’anno prima il chitarrista David Kleiler e il bassista Chuck Hahn, ancora giovanissimi, formano un trio di new wave psicotica e sperimentale, gli Origin of Species. Mostrano già ammirazione per il nuovo che avanza degli scantinati americani, assaporano con gusto il rumore della Grande Mela, non si lasciano sfuggire il delirio annichilente della no wave – è qui che imparano il fascino di un sax oltraggiato nel rock profano. Sono ragazzini, ma fanno sul serio: idee chiare e progetti concreti, coraggio, inventiva. Il trio si sfalda in breve tempo: il ragazzo della loro età – tra i diciasette e i diciotto – che completa la formazione è troppo sbronzo e troppo incapace per fare le cose sul serio e l’incontro con Jon Easley è l’occasione buona per ricominciare da zero. Jon è carismatico ed eccentrico e sa cantare bene: nascono i Sorry con Andy Berstein alla batteria, già conosciuto ai tempi degli Origin Of Species, e Nate Bowditch al sax.
E’ il 1982, dicevamo, ovvero l’anno dell’orgoglio hardcore di Boston con l’uscita della storica compilation This Is Boston, Not L.A.; Washington D.C. è lì vicina e stanno succedendo delle cose mica da poco; i Minutemen hanno da poco esordito e la SST lavora a pieno regime. I Sorry sono là in mezzo, dentro un pentolone che sta per esplodere: bolle musica nuova, dirompente, vitale. Sapranno dire la loro con due album di indubbio valore, Imaginary Friend del 1984 e The Way It Is del 1986. Il primo dei due forse uno dei dischi “hardcore” più ingiustamente dimenticati.
Il 1986 è anche l’anno del definitivo scioglimento: David e Chuck formerano i Volcano Suns, band di maggior fortuna mediatica e che sostanzialmente non è altro che la meta definitiva della ricerca sonora dei Sorry; Jason finirà nei Burn per poi lasciarci per sempre nel 1988.
Da riscoprire e ricordare.

http://www.mediafire.com/download.php?sztl7lqycsy

Mattia dopo un attacco di logorrea



Tiny Hawks by Adriano Boltagon

Così com’è difficile trovarsi a dover scrivere di band che ti fanno schifo al cazzo (e fortuna vuole che su sto blog questa cosa non mi capiterà mai) così è difficile, forse anche di più, dover scrivere di una band che ti ha conquistato completamente. Quindi sintetizzerò il mio pensiero sui Tiny Hawks con questo unico e profondo pensiero: “Ehy tu! Non ti piacciano i Tiny Hawks? Sappi che sei un coglione”, ed è proprio così, non si scappa. Dovete saperlo. Se leggete questo blog e non trovate i Tiny Hawks una delle migliori cose che siano mai successe alla musica sarei felice che abbandonaste questi lidi per emigrare, ed iniziare a leggere altro..tipo loro, che hanno anche una certa autorevolezza.

Che dire, entrambi gli album sono due bombette, ed entrambi sono usciti per la misconosciuta, almeno per me, Corleone Records. Da personcine a modo si vede che il duo da Providence (perchè di duo si tratta. Una chitarra, una batteria,due voci.) in giovane età avrà consumato la discografia dei Minutemen, e caro amico lettore han fatto proprio bene, nei Tiny Hawks c’è tutto quello che ci serve per affrontare la giornata, tutto. C’è il punk rock, c’è l’hard-core, c’è math, c’è la melodia, c’è la malinconia, c’è l’urgenza, ci sono testi stupendi, e donne nude..insomma mi avete capito.

Sono in giro dal 2003, e scoprire una band del genere così tardi mi fa sentire, in qualche modo, in colpa. Dal 2007, putroppo, sono in “pausa”. Speriamo tornino presto a mettermi in difficoltà, e che non vi accorgiate che ho messo 3 immagini per far sembrare che abbia scritto tanto.

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Corleone Records

Demo: Qui

12″: Qui

Adriano