Emotional Breakdown


Jakob
aprile 17, 2008, 2:39 pm
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La principale differenza tra le band di una volta e quelle di oggi a mio avviso è una sola: il suono. Non tanto per colpa di un evoluzione dovuta ad un necessario cambio generazionale, ma più che altro per colpa della concezione, della considerazione che oggigiorno le band emergenti danno al suono delle proprie canzoni.
Ci sono le dovute eccezioni, ma mi capita sempre più spesso di imbattermi in gruppi che preferiscono puntare sulla tecnica, sul bell’assolo impossibile, sul pezzo d’effetto, invece che concentrarsi sulla creazione di un qualcosa di più personale, di un qualcosa di più intimo.
Ed è proprio il concentrarsi su di un proprio sound che permette ad una band di evolversi e di stupire, perchè a volte non è necessario utilizzare la voce per poter raggiungere l’ascoltatore, per poterlo emozionare, ma si può far trasparire la propria passione tramite il suono dei propri strumenti.
Basta prendere gruppi come i Pelican, Isis o Explosions in the Sky, che album dopo album dimostrano questa teoria, puntando più sulla creazione di veri e propri paesaggi sonori che sulla canzone stessa.
Di questa schiera di bands fanno parte pure gli Jakob, trio proveniente dalla città neozelandese di Napier, dediti anch’essi ad un post/ambient-rock che da circa 10 anni a questa parte ha saputo farsi apprezzare soprattutto dai fans del genere.
La loro è una musica che ha saputo evolversi con il tempo, passando dallo stile più progressive del primo album “Subsets Of Sets” alle distorsioni rumorose del secondo acclamato “Cale:Drew”, dove emergono episodi di furia psichedelica alla Sonic Youth ma anche melodie che invece rimandano ai maestri Mogwai.
L’ultima loro prova risale a due anni fa con il disco “Solace” in cui i tre seguono il percorso tracciato dagli album precedenti senza troppi colpi di scena, ma comunque senza abbandonare il proprio stile e lasciando per certi versi spazio ad atmosfere più dark che in passato.
Chi segue tale scena molto probabilmente già li conoscerà ma comunque consiglio l’ascolto a tutti coloro che apprezzano tale genere di musica.
La loro discografia non è difficile da scovare su internet comunque la trovate comodamente a questo link.

Qui invece il loro myspace: www.myspace.com/jakobmusic

Nicolò



No Kilter – Galore Nation
marzo 5, 2008, 11:54 am
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Si potrebbe definirlo math-rock, oppure semplicemente post-hardcore per dare una definizione unica al sound dei No Kilter, ma in realtà i termini a nostra disposizione per descriverlo sarebbero molteplici.
Hanno voglia di sperimentare, si lasciano andare in divagazioni psichedeliche, in virtuosismi che sfociano poi in parti più melodiche e dirette, in poche parole il coraggio non manca a questo quartetto di Glasgow.
Le strutture di queste quattro canzoni che vanno a comporre la tracklist di questo secondo EP della band sono infatti sconnesse, senza una linea guida precisa e ben definita, con cambi di tempo che colpiscono e attirano l’attenzione dell’ascoltatore, interpretate con una certa dose di schizofrenia da musicisti giovani ma con già un’ottima tecnica.
Questo “Galore Nation” si dimostra essere una prova coraggiosa, una prova che è frutto sicuramente di influenze che affondano le proprie radici in bands come Fugazi, At The Drive-In o Fall Of Troy per non andare troppo in là nel tempo, tutti gruppi che purtroppo in pochi cercano di emulare al giorno d’oggi.
“Space Riders” può essere vista un pò come la canzone che racchiude l’essenza del suono dei No Kilter, con il suo inizio concitato e coinvolgente ed un finale che invece si perde in divagazioni che hanno un non so che di robotico che sembra trasportare l’ascoltatore nel bel mezzo di un gioco arcade di vecchia data.
La lunghezza forse eccessiva dei pezzi, nonostante non ci sia ripetitività nelle varie parti di ognuno, può essere occasione di annoiamento per qualcuno, ed è forse in questo che la band deve lavorare, cercando magari di donare maggiore continuità alle proprie canzoni, ma per ora il risultato è ottimo e il tempo farà la sua parte.

Per chi fosse interessato: www.myspace.com/nokiltermusic

Nicolò



Thisfamiliarsmile – What Kind Of Monster I Am?
febbraio 11, 2008, 10:13 am
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Li ho scoperti quasi per caso questi giovani scozzesi e devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso. Non si vergognano di mostrare le proprie influenze musicali, At The Drive-In in primis, però dimostrano di avere una buona tecnica senza strafare in virtuosismi eccessivi e anche un buon gusto per le melodie che fanno di questo loro EP un lavoro onesto, semplice ma efficace.
In questi 5 pezzi i Thisfamiliarsmile cercano di scoprire in parte le proprie carte, mostrando quali solo le proprie capacità senza però sfruttarle ancora pienamente: c’è spazio per momenti più melodici come in “Rutherford Split The Atom”, altri dove si schiaccia di più il piede sull’acceleratore senza però esagerare, con un alternative-rock che più si avvicina all’indie che all’hardcore.
Ci sono anche i 6 minuti di “For Me Paris Was Always A Spectator Sport”, la canzone forse più sperimentale e coraggiosa di questo minidisco, nonchè la migliore a mio avviso in cui anche il cantante David sembra dare il meglio di se.
Certe reminescenze di Glassjaw e 36Crazyfists vengono decisamente a galla nei versi e nell’uso della voce, sofferta e malinconica nei momenti più pacati ma versatile quanto basta a donare particolarità ad ogni pezzo, anche se non si può certo parlare di plagio o imitazione avendo sentito ben di peggio di questi tempi ( non so se avete presente i Secret Lives Of The Freemasons).
“What Kind Of Monster Am I?” è dunque questo, può piacere e non piacere ma in ogni caso un ascolto a mio avviso se lo merita tutto.

www.myspace.com/thisfamiliarsmile

Nicolò



Grammatics
gennaio 31, 2008, 2:17 pm
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I Grammatics sul loro myspace si divertono a definire la propria musica con la frase “Melodramatic Popular Songs” oppure “Complicated pop music for a complicated world”, ed è dunque chiaro che il comun denominatore tra le due definizioni sta appunto nella parola “Pop”. Certo questo è un termine che di questi tempi farà ribrezzo a molti, alcuni addirittura potrebbero smettere di leggere queste breve recensione ma credetemi che almeno in questo caso non c’è nulla di cui temere, musicalmente parlando si intende.
Già perchè le canzoni del quartetto di Leeds (nato tra l’altro dalle ceneri dei Colour Of Fire, band emergente inglese autrice di un album d’esordio “Pearl Necklace” che aveva impressionato critica e pubblico a suo tempo) sono di piacevole ascolto, senza però scadere nel banale e lasciando trasparire la voglia della band di non rimanere ancorata a strutture ben precise preferendo invece spaziare tra diversi generi.
La vena sperimentale si può tradurre nella ricerca di un suono particolare, dove l’aggiunta di tastiere e violoncello contribuiscono a rendere l’atmosfera delle composizioni più intima ed intesa, contribuendo anche ad aggiundere maggiore delicatezza alle melodie.
Se proprio dovessi fare un paragone potrei citare i Cursive, forse il gruppo che più si avvicina alla musica dei Grammatics per quella loro schizofrenia creativa, ma c’è anche spazio per influenze più indie, più rock come potrebbero essere i primi Blur.
Purtroppo c’è ancora poco materiale a disposizione, avendo pubblicato un solo EP di 4 pezzi “Verity & Reverie” ed un singolo uscito a fine anno, per cui non voglio sbilanciarmi restando in attesa della loro prima prova sulla lunga distanza.
Nel frattempo mi ascolto “Broken Wing” e “Shadow Committee” e rimango fiducioso per il futuro.

http://www.myspace.com/grammatics

Nicolò