Emotional Breakdown


The Hunches – Exit Dreams by matteo
gennaio 27, 2009, 2:48 pm
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Ahh che cazzo di disco che é Exit Dreams. “Refreshing!” direbbero gli inglesi, perché non esiste miglior termine adatto a descrivere questi dodici pezzi di garage-rock’n’roll-post-punk che per quaranta minuti riesce a far sedere allo stesso tavolo il fantasma dei Velvet Underground, il six pack di  Iggy Pop e lo charme di quelle high-class whores che sono gli Icarus Line ( Mono e Penance Soiré s’intende). La poliedricità dei The Hunches é spiazzante; ne sono testimoni Deaf Ambitions e From This Window, ma in generale tutte le loro idee che si trasformano in un viaggio di un’intensità pazzesca.

Quindi miei cari, Exit Dreams, Enter the Hunches.

Do You Believe me?:

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Matteo

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Un emo-kid in pericolo tra birra, bettole e garage punk by mattiaebd
settembre 1, 2008, 2:28 pm
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Per una buona volta proviamo letteralmente a cagare fuori dal vaso e ci addentriamo in zone pericolose per dei poveri nerd con facce da bravi ragazzi come noi: punk primitivo, garage, rock’n’roll selvaggio e zozzerie assortite. Bossifondi in cui se provi a girare munito di frangetta e stelline hai vita breve. E difatti è solo una piccola parentesi: da domani torneremo al nostro posto, chiusi in cameretta ad ascoltare gli Evergreen e ai piangerci addosso. Intanto, se vi va, fateci sapere che ne pensate di questa piccola divagazione:

Jay Reatard è uno deil nuovi folletti del garage-punk americano, mattatore della sporcizia rock’n’roll da ormai un decennio. Tra i tanti progetti – quasi una decina le band cui ha preso parte – a consacrarlo sono The Reatards e Lost Sounds, ma ormai è arrivato il momento di dare spazio alla carriera solista con un full lenght maestoso su In The Red due anni fa e ben quattro 7” lo scorso anno. In The Dark sono tre brani messi insieme per Sqooodge Records: la title track è il pezzo forte, un tripudio di ritmi beat tinto di wave da un synth indiavolato. Searching For You è un cazzeggio di pop lo-fi, con uno sgangherato riff di chitarra che soffoca la voce strascicata di Jay; Hunting You un saluto innocente, una filastrocca per bambini ritardati non molto incisiva. Ma la pronta conferma che il nostro è ancora in ottima forma ci arriva dallo split con i conterranei (di Memphis, Tennessee) Boston Chinks in compagnia dei quali ha girato mezzo mondo, Italia compresa. La sua Let It All Go è un singolo micidiale dal ritmo indiavolato, guidato dal solito synth e un ritornello da mandare fuori di testa: praticamente perfetta e uno dei suoi pezzi migliori in assoluto.

I Boston Chinks invece vanno subito al sodo con molta meno grazia: sguaiati ed irruenti, suonano un punk veloce e melodico, sporcato appeno di striscio dal suono garage. Niente per cui strapparsi i capelli ma sono giovani, hanno un bel suono, ottimo compromesso tra incazzatura e voglia di divertirsi: piacevoli.

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Il singoletto Spiders And Their Kin degli Human Eye è invece semplicemente imperdibile: un occasione per ribadire come l’amore per certa musica porti facilmente a quello stato di beautidine che è insanità mentale. Un guazzabuglio di punk cafone, viscido e scotennato, new wave cupissima e post-industriale, visioni psichedeliche, synth disturbati e disturbanti e una particolare predilizione per l’orrido e lo scabroso: la title track si perde per quattro minuti e mezzo di angosciante ossessione rumorosa, cluadicante, qualcosa di pericoloso, qualcosa che sai ti farà del male ma di cui hai bisogno come l’aria. Desperete hands inizia con bordate elettriche per svolgersi in un’accellerazione schizofrenica senza capo ne coda fino a ritrovarsi in una cantilena psichedelica scandita con enfasi da Timmy Vulgar. Geniali è dir poco.

Se non li conoscete affatto vedete di recuperare alla velocità della luce l’esordio: un’illuminazione psicotica che qualcuno ha osato chiamare art-punk. Art manco per il cazzo, punk come nessuno al giorno d’oggi.

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Niente di meglio per ritrovare il sorriso – e anche un pò di normalità – che i canadesi Tranzmitors, ovvero power pop, Buzzcocks e Undertones. Basta leggere i titoli dei due brani presenti – Teenage Tragedy e Invisible Girl, buona soprattutto la prima – per capire che aria tira: il loro registro preferito è quello del cazzeggio giovanile nel quale non stentiamo a riconoscerci appieno. Niente di stellare, ma qualcosa che si ascolta sempre volentieri.

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Le cose non cambiano molto con lo split tra Live Fast Die e Vcr, anche se in questo caso il suono si fa decisamente più cazzuto: i primi tengono fede al proprio nome, mettono insieme due brani in meno di tre minuti di primordiale punk americano sparato a velocità folle come dei Ramones presi a calci in culo da Henry Rollins, mentre in controluce si intuisce la presenza dei Devo ad ammiccare compiaciuti. I secondi (non confondeteli con gli omonimi su SideOneDummy) invece sono giovani, semi-esordienti e promettono scintille: pop-punk lo-fi con voce scoglionata che convince, specialmente nell’orecchiabilissima Christmas Calculator.

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Mattia