Emotional Breakdown


If It’s Here When We Get Back It’s Ours: Chune by matteo
gennaio 30, 2009, 6:03 pm
Filed under: Recensioni | Tag: , , , , ,

Chun Chun Chune. Gruppo di San Diego che non si é mai cagato nessuno, beh ecco qui la vostra chance di rimediare. Abbastanza particolare il loro approccio al songwriting, vista la durata di alcuni pezzi (dai 6 a 8 minuti) decisamente inusuale per il genere trattato. Qual’é il genere trattato direte voi? Credo che se potessi usare nello stesso discorso i nomi Boy’s Life, Christie Front Drive, Boilermaker e Drive Like Jehu allora sarebbe per descrivere loro. Un emo rock un pò twinkle twinkle un pò math, un pò post-punk. Avete capito dai.

Sentire:

http://www.myspace.com/chune

Tenere:

Big Hat, No Cattle

http://www.mediafire.com/?ujhz2ntjnmj

Nine Ways To Sunday

http://www.mediafire.com/?gnntmnnmi2i

Matteo



Sorry by mattiaebd
settembre 18, 2008, 7:13 pm
Filed under: Recensioni | Tag: , , , , , , ,

I Sorry sono il gruppo ideale per farsi un’idea dei confini di quella terra di nessuno che sono gli anni ’80 per il punk/hardcore, quel marasma indefinito di fermenti che racchiude in sè – seppur in forma embrionale – buona parte della musica oggi genericamente definita indie: i Sorry vengono dopo l’hardcore e il punk, prima delle mille correnti successive – emo, shoegaze, post-rock, lo-fi, noise, grunge e via all’infinito. Potrebbero essere un pò tutto questo messo assieme – come tanti loro compagni d’avventura di quegli anni – e volendo pastrocchiare con i suffissi potrebbero essere post- un sacco di cose e proto- un sacco di altre cose: successori e precursori, così com’è nel normale corso delle cose, ma in un modo tutto loro che neppure a posteriori, a venticinque anni di distanza, è possibile racchiudere in definizioni.
Ancora scottati dalla morte del punk e dalla sua risurrezione sotto la forma hardcore, i Sorry vogliono al tempo stesso perfezionare e distruggere la forma canzone punk: si fanno così ricettori senza filtri dell’insegnamento dei Minutemen, innovatori e sperimentatori quasi senza accorgersene: difficile capire dove finisca la consapevolezza in ciò che fanno. Di certo non passava inosservata una band hardcore – o perlomeno così definita e a tutti gli effetti facente parte di quella scena – con un sassofonista in formazione, ma la spontaneità con cui i Sorry tentano quasi ad ogni brano nuove soluzioni, sempre fuori sincrono, è qualcosa che ha ben poco a che fare con la razionalità, è puro istinto e passione. Si sente il piacere di suonare qualcosa di diverso, un piacere che forse è persino necessità, un bisogno personale, esistenziale. I Sorry non cercano un’identità musicale, ma qualcosa di più: distruggono tutto il conosciuto, tutto ciò che rientra nella normalità per ritrovarsi protagonisti in mezzo al vuoto, finalmente artefici della propria musica, capaci di manipolare qualcosa di esistente. Tutto quello che non riuscivano ad essere nell’America di Reagan, specialmente a Boston, uno dei fulcri del disagio giovanile americano, la stessa metropoli asfissiante che stuzziccherà la ribellione sonora di Slapshot e Converge, giusto per fare due nomi.
Tutto questo succede nel 1982 ma già l’anno prima il chitarrista David Kleiler e il bassista Chuck Hahn, ancora giovanissimi, formano un trio di new wave psicotica e sperimentale, gli Origin of Species. Mostrano già ammirazione per il nuovo che avanza degli scantinati americani, assaporano con gusto il rumore della Grande Mela, non si lasciano sfuggire il delirio annichilente della no wave – è qui che imparano il fascino di un sax oltraggiato nel rock profano. Sono ragazzini, ma fanno sul serio: idee chiare e progetti concreti, coraggio, inventiva. Il trio si sfalda in breve tempo: il ragazzo della loro età – tra i diciasette e i diciotto – che completa la formazione è troppo sbronzo e troppo incapace per fare le cose sul serio e l’incontro con Jon Easley è l’occasione buona per ricominciare da zero. Jon è carismatico ed eccentrico e sa cantare bene: nascono i Sorry con Andy Berstein alla batteria, già conosciuto ai tempi degli Origin Of Species, e Nate Bowditch al sax.
E’ il 1982, dicevamo, ovvero l’anno dell’orgoglio hardcore di Boston con l’uscita della storica compilation This Is Boston, Not L.A.; Washington D.C. è lì vicina e stanno succedendo delle cose mica da poco; i Minutemen hanno da poco esordito e la SST lavora a pieno regime. I Sorry sono là in mezzo, dentro un pentolone che sta per esplodere: bolle musica nuova, dirompente, vitale. Sapranno dire la loro con due album di indubbio valore, Imaginary Friend del 1984 e The Way It Is del 1986. Il primo dei due forse uno dei dischi “hardcore” più ingiustamente dimenticati.
Il 1986 è anche l’anno del definitivo scioglimento: David e Chuck formerano i Volcano Suns, band di maggior fortuna mediatica e che sostanzialmente non è altro che la meta definitiva della ricerca sonora dei Sorry; Jason finirà nei Burn per poi lasciarci per sempre nel 1988.
Da riscoprire e ricordare.

http://www.mediafire.com/download.php?sztl7lqycsy

Mattia dopo un attacco di logorrea



Avast! by mattiaebd
maggio 13, 2008, 7:15 pm
Filed under: Band del giorno | Tag: , , , ,

Non so se gli Avast! siano abbastanza misconosciuti ed emo per entrare in queste pagine e passare le maglie della censura dell’integerrimo Adriano. Perchè questi Avast! hanno fatto uscire un disco nel Nuovo Millennio (addirittura il full lenght “Faultlines” è dell’anno scorso) e fanno parlare di se anche negli ambienti altolocati dell’indie music business: webzine di tendenza e blog di gente al passo con i tempi, mica vecchi nostalgici come noialtri.
Però i ragazzi, per dirla in breve, spaccano. Vengono da Dundee, Scozia e saccheggiano quel che di buono c’è nel Regno Unito: si prendono il pubblico consenso dei Biffy Clyro, la collaborazione del produttore degli Stapleton (emo-pop-rock d’annata scozzese, conoscetéli) e il suono scomposto dei Spy Versus Spy. E a questo punto più di qualcuno starà mugolando di piacere.
Il tutto risulta essere un post-emo-indie-math-rock (sto scherzando eh, non pensate che questa roba esista davvero che poi c’è sempre qualcuno che ci casca) bello frizzante con canzonette magicamente catchy e intricate come solo gli Innominabili sanno fare.

Ah, l’artwork è firmato da Angelo dei La Quiete e questo vale più di mille (mie) parole.
Lo stesso dicasi per i brani che trovate qua: www.myspace.com/avastuk

 

Mattia



Brainworms – Which is worse? by Adriano Boltagon
maggio 6, 2008, 3:59 pm
Filed under: Band del giorno, Recensioni | Tag: , , , , , , ,

Io non so come la gente scopi a Richmond  e periferia (in Virginia insomma) o che cavolo di aria si respiri lì, ma da quella città, di appena 200.000 anime, escono fuori solo gruppi che fanno il culo a tutti (tutti, tutti! e tanto per snocciolare qualche nome: City of caterpillar, Pg 99, Verse en coma, Pigmy lush, Stop it!, Malady, Haram..). Ora mi saltano fuori questi Brainworms (il nome meno fashion di sempre) che mi fanno ricordare perchè mi piace tanto il punk rock e i suoi derivati (e perchè piace anche voi.)

Accasati sulla Rorschach records (anche questa da Richmond) e con componenti dall’illustre passato (Stop It!!, Ultra Dolphins, Snack Truck, e Are You Fucking Serious? ) asfaltano tutto e tutti con il loro post-core brillantemente melodico (come dovrebbe suonare un gruppo fan dei Fugazi nel 2008? così!). Non fanno prigionieri.

Insomma i Brainworms suonano quel post-punk post-core matematico che a noi piace tanto (si c’è anche un pò di emo 90′).  Solo che sono anche sporchi, zozzi e cattivi. Sono punk rock. A noi piace il punk rock.

http://www.myspace.com/brainwormsrva

http://www.rorschachrecords.net

Adriano



Kolya – Kolya by matteo
febbraio 26, 2008, 9:47 pm
Filed under: Recensioni | Tag: , ,

                      
Trovare informazioni sui Kolya sul web é impossibile, l’unico risultato della ricerca é un film Ceco del ’97, dal quale sicuramente hanno preso il nome; racconta la storia di un violinista che si ribella contro i Russi, ma che poi in fondo non se la passa tanto bene, perdendo lavoro, cari etc etc. Due 7″ ed un lp uscito sull’immensa Caulfield Records (che ricordiamo fu fondata dal 17nne Bernie McGinn, cantante dei Sideshow e successivamente Luck of Aleia) sono tutto ciò che comprende la loro discografia, poi il nulla.

Abbiamo parlato spesso e volentieri di cloni della famiglia Kinsella, ebbene ora ci spostiamo sugli altrettanto importanti Leo; si sente lontano un miglio l’impronta dei The Van Pelt e Native Nod su qualsiasi canzone dei Kolya, sia nelle chitarre emo/math, sia nello stile nevrotico e confusionario del cantato. Molte parti strumentali che ricordano Sultans of Sentiment, ma volendo essere anche eretici si può azzardare anche un lontano paragone con i Saetia, forse più vicini se si pensa all’atmosfere ed alcune parti urlate.

Va detto però che queste somiglianze il disco sembra mischiarle molto bene, mettendo qualche tocco personale qua e là e condendo il tutto con una produzione degna del suono Caulfield (e del genere); rozza ma non troppo.

Pagherei oro per vedere un gruppo del genere al giorno d’oggi, e mi rincuora soltanto il fatto che siano tornati insieme gli Spy Vs. Spy che in fondo anche loro non sono lontani da questo stile.

Tra l’altro il cd é ancora reperibile se cercate su Amazon.com, dove lo presi qualche anno fa; prima però potete sentire qualche pezzo sul myspace (non gestito da loro obviously)

http://www.myspace.com/kolyaband

Matteo



Death Of Anna Karina @ Sudterranea, Napoli by Adriano Boltagon
febbraio 8, 2008, 6:00 pm
Filed under: Photo Moment | Tag: , , , ,

img_0045.jpg

Adriano



The Van Pelt – Sultans of Sentiment by matteo
gennaio 26, 2008, 10:46 am
Filed under: Recensioni | Tag: ,

 

I The Van Pelt sono nati nel 1993 dalle ceneri del primo gruppo di Chris Leo, i Native Nod. Provenienti dal New Jersey questi furono fra i gruppi emo/screamo più giovani di sempre, iniziando la loro carriera (composta purtroppo da un solo lp, Today Puberty, Tomorrow The World ed alcuni sette pollici) a soli sedici anni. Chiusa la parentesi strettamente adolescenziale, Leo inzia un progetto molto più ambizioso: quello dei The Van Pelt. Dopo un ottimo primo disco nel 1996 con il quale i ragazzi dimostrano di essere alla ricerca di un suono estremamente personale, Stealing From Our Favorite Thieves, dopo appena un anno arriva il loro canto del cigno: Sultans of Sentiment. Indubbiamente la loro opera massima, l’album é difficilmente definibile usando un solo genere, in quanto pieno di sfumature emo, post-hardcore, post-rock, electro-wave ed indie rock. Le chitarre accompagnano con dei meravigliosi arpeggi il cantato sia nei momenti più melodici che in altri sperimentali, quasi spigolosi che vengono rispecchiati eccellentemente nei testi. Dieci canzoni che ricreano un viaggio sonoro indimenticabile, stravolgendo regole e canoni di quegli anni, quindi aprendo una strada che numerosissimi gruppi hanno cercato di ripercorrere, la maggior parte senza successo. Sultans of Sentiment é uno dei dischi più difficili che abbia mai dovuto descrivere, perché in questo caso più che mai bisogna prendere in considerazione una famosa definizione della bellezza, ovvero che é negl’occhi di chi guarda. Ogni nota può stregare, ogni frase può rivelarsi romantica o inaspettatamente psichedelica, ed ogni volta che inizia un nuovo pezzo ci si deve preparare a qualcosa di completamente nuovo.

 

Matteo