Emotional Breakdown


Suchi Rukara – Equation by matteo
gennaio 23, 2009, 12:39 pm
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Volevo esordire con un disco del 2009, ma poco importa. Equation é un disco screamo/post-hardcore. E’ un disco  di un gruppo screamo che a differenza di altri non stanca dopo i primi ascolti; cresce e diventa sempre più affascinante. Sarà per alcuni stacchi strumentali geniali, sarà per il cantato/urlato che ricorda tanto gli Envy, non lo so. Il fatto é che i Suchi Rukara hanno una loro formula, personale, ma che cambia e si stravolge durante tutto il disco. Pensate agli Hot Cross che baciano i Suis La Lune mentre toccano i These Arms Are Snakes.

Stra-consigliato. Ascoltateli  e scommetto che non ve ne pentirete.

Prova:

http://www.myspace.com/suchirukara

Sgarriga:

http://rapidshare.com/files/187873981/SUCHI_RUKARA_-_EQUATION_-2008.rar

Compra:

http://denovali.com/shop/product_info.php?products_id=1238&osCsid=a5a211eb3a36e20b7ecbdf3213fe85d8

Matteo

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La Dispute – Somewhere at the Bottom of the River Between Vega and Altair by matteo
novembre 17, 2008, 10:45 am
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Chi continua a dire che ormai non esce più nulla di nuovo ed interessante oltre ad avermi stufato con la sua negatività dovrà ricredersi e chiudere bocca. Non é questione di gridare al miracolo nè di dover esagerare quando si parla di alcuni gruppi semi-(o completamente) sconosciuti che sembrano essere riusciti a capire come fare qualcosa di nuovo ed “innovativo”, ma semplicemente di accettare il fatto che qualcosa, sotto, si sta muovendo.

I La Dispute lo fanno un pò come i Pianos Become Teeth di cui abbiamo parlato nel post precedente, soltanto in questo caso il genere si sposta leggermente più verso uno screamo-rock-post-screamo-post-hardcore (insomma avete capito di cosa sto parlando).

Un’ottima rivisitazione di gruppi come Circle Takes The Square, Transistor Transistor e Hot Cross (molta la somiglianza del timbro e dello stile del cantato): spigolosi e melodici al punto giusot i La Dispute passano da atmosfere vagamente sognanti ad altre belle tirate, quasi hc-r’n’r.

Una bella ventata d’aria fresca, soprattutto in questo ambito che stavo per considerare morto e sepolto dopo lo scioglimento (o la perenne inattività)  della maggiorparte dei gruppi più rappresentativi.

Top 5 del 2008? Seguro.

Sentite (New Storms, Future Lovers, ma soprattutto Bury Your Flame) :

http://www.myspace.com/ladispute

Scaricate:

hxxp://www.mediafire.com/download.php?mdwjzzxjyq2

Matteo



Sorry by mattiaebd
settembre 18, 2008, 7:13 pm
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I Sorry sono il gruppo ideale per farsi un’idea dei confini di quella terra di nessuno che sono gli anni ’80 per il punk/hardcore, quel marasma indefinito di fermenti che racchiude in sè – seppur in forma embrionale – buona parte della musica oggi genericamente definita indie: i Sorry vengono dopo l’hardcore e il punk, prima delle mille correnti successive – emo, shoegaze, post-rock, lo-fi, noise, grunge e via all’infinito. Potrebbero essere un pò tutto questo messo assieme – come tanti loro compagni d’avventura di quegli anni – e volendo pastrocchiare con i suffissi potrebbero essere post- un sacco di cose e proto- un sacco di altre cose: successori e precursori, così com’è nel normale corso delle cose, ma in un modo tutto loro che neppure a posteriori, a venticinque anni di distanza, è possibile racchiudere in definizioni.
Ancora scottati dalla morte del punk e dalla sua risurrezione sotto la forma hardcore, i Sorry vogliono al tempo stesso perfezionare e distruggere la forma canzone punk: si fanno così ricettori senza filtri dell’insegnamento dei Minutemen, innovatori e sperimentatori quasi senza accorgersene: difficile capire dove finisca la consapevolezza in ciò che fanno. Di certo non passava inosservata una band hardcore – o perlomeno così definita e a tutti gli effetti facente parte di quella scena – con un sassofonista in formazione, ma la spontaneità con cui i Sorry tentano quasi ad ogni brano nuove soluzioni, sempre fuori sincrono, è qualcosa che ha ben poco a che fare con la razionalità, è puro istinto e passione. Si sente il piacere di suonare qualcosa di diverso, un piacere che forse è persino necessità, un bisogno personale, esistenziale. I Sorry non cercano un’identità musicale, ma qualcosa di più: distruggono tutto il conosciuto, tutto ciò che rientra nella normalità per ritrovarsi protagonisti in mezzo al vuoto, finalmente artefici della propria musica, capaci di manipolare qualcosa di esistente. Tutto quello che non riuscivano ad essere nell’America di Reagan, specialmente a Boston, uno dei fulcri del disagio giovanile americano, la stessa metropoli asfissiante che stuzziccherà la ribellione sonora di Slapshot e Converge, giusto per fare due nomi.
Tutto questo succede nel 1982 ma già l’anno prima il chitarrista David Kleiler e il bassista Chuck Hahn, ancora giovanissimi, formano un trio di new wave psicotica e sperimentale, gli Origin of Species. Mostrano già ammirazione per il nuovo che avanza degli scantinati americani, assaporano con gusto il rumore della Grande Mela, non si lasciano sfuggire il delirio annichilente della no wave – è qui che imparano il fascino di un sax oltraggiato nel rock profano. Sono ragazzini, ma fanno sul serio: idee chiare e progetti concreti, coraggio, inventiva. Il trio si sfalda in breve tempo: il ragazzo della loro età – tra i diciasette e i diciotto – che completa la formazione è troppo sbronzo e troppo incapace per fare le cose sul serio e l’incontro con Jon Easley è l’occasione buona per ricominciare da zero. Jon è carismatico ed eccentrico e sa cantare bene: nascono i Sorry con Andy Berstein alla batteria, già conosciuto ai tempi degli Origin Of Species, e Nate Bowditch al sax.
E’ il 1982, dicevamo, ovvero l’anno dell’orgoglio hardcore di Boston con l’uscita della storica compilation This Is Boston, Not L.A.; Washington D.C. è lì vicina e stanno succedendo delle cose mica da poco; i Minutemen hanno da poco esordito e la SST lavora a pieno regime. I Sorry sono là in mezzo, dentro un pentolone che sta per esplodere: bolle musica nuova, dirompente, vitale. Sapranno dire la loro con due album di indubbio valore, Imaginary Friend del 1984 e The Way It Is del 1986. Il primo dei due forse uno dei dischi “hardcore” più ingiustamente dimenticati.
Il 1986 è anche l’anno del definitivo scioglimento: David e Chuck formerano i Volcano Suns, band di maggior fortuna mediatica e che sostanzialmente non è altro che la meta definitiva della ricerca sonora dei Sorry; Jason finirà nei Burn per poi lasciarci per sempre nel 1988.
Da riscoprire e ricordare.

http://www.mediafire.com/download.php?sztl7lqycsy

Mattia dopo un attacco di logorrea



Envy/Jesu – Split by matteo
luglio 1, 2008, 9:55 pm
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envy

E ora anche gli Envy sono diventati sto gruppo che fa di moda dire siano fighi, ‘nevvero? Proprio quando hanno iniziato ad abbandonare la strada dello screamo per accostarsi a qualcosa più facilmente definibile come post-rock o post-hardcore. L’anima del gruppo giapponese rimane tale e quale a quella che li ha visti nascere con quei titoli ormai dimenticati, Breathing and Dying in this Place, From Here to Eternity e poi i più popolari All the Footprints […] e A Dead Sinking Story. Le atmosfere sono indubbiamente molto più mistiche e sognatrici, ma quando scattano le parti più frenetiche riassaporiamo una delle più belle voci del panorama screamo – non che non lo sia altrimenti. Il loro pezzo più bello é A Winter Quest for Fantasy, proprio perché sembra mantenere ancora (più degli altri due) quell’equilibrio fra post e screamo/noise. Bella anche Life Caught in the Rain, con un piglio decisamente più melodico, quasi commerciale se vogliamo – dovremo abituarci.

Solo due i pezzi degli Jesu, ma entrambi lasciano qualche perplessità; credo abbiano fatto cose molto più convincenti, soprattutto in riguardo a Hard to Reach.

Dunque uno split fra due mostri sacri che si stanno lentamente re-inventando in salse leggermente diverse; speriamo che raggiungano entrambe la trasformazione voluta.

(E aspettiamo con ansia lo split Envy/Thursday)

http://www.mediafire.com/?gdy1xypimgu

Matteo



Moving Mountains – Pneuma by matteo
marzo 19, 2008, 5:15 pm
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Incuriosito dal loro nome, (pensavo avesse qualcosa a che fare con i The Casket Lottery) ho deciso di dare una chance a questo giovanissimo gruppo che si pubblicizzava come “post-rock”. I seguaci di tale genere sapranno meglio di me che ultimamente si sente poco e nulla di nuovo che possa essere classificato come interessante o, ancora peggio, innovativo. Non vorrei pubblicizzare il debutto dei Moving Mountains, Pneuma, come un disco sensazionale o che rimarrà nella storia, ma semplicemente descriverlo per quello che é: un insieme di ottimi pezzi post-rock/post-hardcore romantici che spesso ricordano persino i The Appleseed Cast. Una produzione cristallina aiuta a far scorrere piacevolmente i pezzi più lunghi, come 8105 e Ode We Will Bury Ourselves – due delle canzoni che tra l’altro considero i più significativi dell’lp; giri di chitarra degni dei migliori Explosions In The Sky, anche se in chiave più “commerciale” e sdolcinata.

Magari fossi riuscito anche io all’età di questi ragazzi (che seguono l’ultimo anno di liceo) a concepire un disco del genere. Non saranno i prossimi Mogwai ma nel roster della Deep Elm ci vanno a fagiolo; se siete amanti dei loro compagni di label (nuovi o vecchi) seguite il mio consiglio e compratevi Pneuma.

Matteo

Listen: http://www.myspace.com/movingmountainsmusic



No Kilter – Galore Nation by nicoebd
marzo 5, 2008, 11:54 am
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Si potrebbe definirlo math-rock, oppure semplicemente post-hardcore per dare una definizione unica al sound dei No Kilter, ma in realtà i termini a nostra disposizione per descriverlo sarebbero molteplici.
Hanno voglia di sperimentare, si lasciano andare in divagazioni psichedeliche, in virtuosismi che sfociano poi in parti più melodiche e dirette, in poche parole il coraggio non manca a questo quartetto di Glasgow.
Le strutture di queste quattro canzoni che vanno a comporre la tracklist di questo secondo EP della band sono infatti sconnesse, senza una linea guida precisa e ben definita, con cambi di tempo che colpiscono e attirano l’attenzione dell’ascoltatore, interpretate con una certa dose di schizofrenia da musicisti giovani ma con già un’ottima tecnica.
Questo “Galore Nation” si dimostra essere una prova coraggiosa, una prova che è frutto sicuramente di influenze che affondano le proprie radici in bands come Fugazi, At The Drive-In o Fall Of Troy per non andare troppo in là nel tempo, tutti gruppi che purtroppo in pochi cercano di emulare al giorno d’oggi.
“Space Riders” può essere vista un pò come la canzone che racchiude l’essenza del suono dei No Kilter, con il suo inizio concitato e coinvolgente ed un finale che invece si perde in divagazioni che hanno un non so che di robotico che sembra trasportare l’ascoltatore nel bel mezzo di un gioco arcade di vecchia data.
La lunghezza forse eccessiva dei pezzi, nonostante non ci sia ripetitività nelle varie parti di ognuno, può essere occasione di annoiamento per qualcuno, ed è forse in questo che la band deve lavorare, cercando magari di donare maggiore continuità alle proprie canzoni, ma per ora il risultato è ottimo e il tempo farà la sua parte.

Per chi fosse interessato: www.myspace.com/nokiltermusic

Nicolò



Agoraphobic Nosebleed/Converge – The Poacher Diaries by xvalerioxebd
febbraio 1, 2008, 11:45 am
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Con questa recensione comincio a riprendere vari cd del passato e proporli a voi lettori. Primo cd ripescato dal passato è questo “The Poacher Diaries” uno split tra due gruppi estremi, di uno spessore elevatissimo, gli Agoraphobic Nosebleed e i Converge. Comincia il terzetto del Massachussets proponendoci 9 tracce di puro grindcore/post-grindcore sulla scia di Napalm Death, The Dillinger Escape Plan e Burnt By The Sun, ovvero una serie di brani corti e velocissimi, caratterizzati da una violenza sonora senza eguali e da una drum machine che pesta a livelli allucinanti. Degne di nota sono soprattutto “Pentagram Constellation” e “Destroyed” dove si può sentire benissimo l’influenza che daranno i tre membri degli Agoraphobic Nosebleed su quella microscena che uscirà leggermente alla ribalta qualche anno dopo, assieme a band come i già citati Dillinger Escape Plan, i Daughters o gli Holy Molar: “Gringo” invece sembra uscita direttamente da uno scontro tra gli Spazz e i compagni di split Converge mentre rallentano la corsa solo con la conclusiva “Infected Womb”. Pollice su quindi per gli Agoraphobic Nosebleed, che in questo disco dimostrano di saper trattare la materia grind come dei maestri. Passiamo invece alla parte dedicata ai Converge: il quartetto di Salem all’epoca di questo lavoro (il 1999) stava scrivendo il loro capolavoro (quel “Jane Doe” che uscirà due anni dopo e farà e fa tuttora proseliti in tutto il mondo) e lo possiamo notare dai primi due brani presenti scritti dalla band. “Locust Reign” e “This Is Mine” sono considerate ancora adesso, dei cavalli di battaglia della band in sede live, vuoi perché sono alcune delle tracce più brutali (la solita brutalità tecnica che verrà fuori solo con Jane Doe), mai state scritte da Jacob Bannon e soci o vuoi che dal vivo siano le cose più devastanti che la band riesca a tirare fuori: segue poi invece il doom di “They Stretch For Miles”, canzone da dove emerge una calma quasi apocalittica interrotta in alcuni punti dai dialoghi di Johnny Depp tratti da “Paura e Delirio A Las Vegas”. Il resto è roba che possiamo etichettare come il tipico Converge-style ma che non brillano quanto i primi due: “The Great Devastator” è ancora una buona traccia, sulla scia di quanto scritto su “When Forever Comes Crashing”, ovvero violenta, tecnica ma molto più lenta e priva della rabbia hc, “The Human Shield” invece tentenna un pochetto mentre la conclusiva “Minnesota” ricorda da vicino la futura “Jane Doe”, con il suo incedere lento e contorto. In conclusione il cd è una vera e propria perla per chi ama la musica estrema e fuori dagli schemi e qui dentro può trovare sia una buona performance da parte degli Agoraphobic Nosebleed che dei Converge i quali addirittura regalano due must-have ai propri fan. Ah dimenticavo, solo l’artwork eseguito da Jacob Bannon, vale l’acquisto…

xValeriox