15 maggio @ thermos, ancona
16 maggio @ vicolo stretto, colorno (parma)
17 maggio @ circolo valverde, forlì
18 maggio @ mamamù, napoli
19 maggio - off
20 maggio @ spazio il comitato, roma
21 maggio @ newroz, pisa
22 maggio @ quartiere san lorentino, arezzo
23 maggio @ tba
24 maggio @ dauntaun, milano con Raein, Daitro, The Miles Apart
Attivi dal ‘99, tornano in Europa dopo quattro anni dall’ultima volta e dopo qualche centinaio di date sparse tra Stati Uniti, Giappone e Australia.
Forti influenze jazz (lo stesso nome del gruppo è un pezzo di Thelonious Monk), che si confondono con melodie spigolose e nervose, momenti di calma apparente come preludio di altri caotici, una tensione latente e mai autoreferenziale: tutti segni particolari che negli anni sono diventati il marchio di fabbrica degli Off Minor e che pochi gruppi sono riusciti a raggiungere. Un hardcore moderno e versatile, che getta le sue radici tra Washington d.c. e Goleta ma che sa rinnovarsi ad ogni disco, e un’intensità dal vivo davvero coinvolgente
Io non so come la gente scopi a Richmond e periferia (in Virginia insomma) o che cavolo di aria si respiri lì, ma da quella città, di appena 200.000 anime, escono fuori solo gruppi che fanno il culo a tutti (tutti, tutti! e tanto per snocciolare qualche nome: City of caterpillar, Pg 99, Verse en coma, Pigmy lush, Stop it!, Malady, Haram..). Ora mi saltano fuori questi Brainworms (il nome meno fashion di sempre) che mi fanno ricordare perchè mi piace tanto il punk rock e i suoi derivati (e perchè piace anche voi.)
Accasati sulla Rorschach records (anche questa da Richmond) e con componenti dall’illustre passato (Stop It!!, Ultra Dolphins, Snack Truck, e Are You Fucking Serious? ) asfaltano tutto e tutti con il loro post-core brillantemente melodico (come dovrebbe suonare un gruppo fan dei Fugazi nel 2008? così!). Non fanno prigionieri.
Insomma i Brainworms suonano quel post-punk post-core matematico che a noi piace tanto (si c’è anche un pò di emo 90′). Solo che sono anche sporchi, zozzi e cattivi. Sono punk rock. A noi piace il punk rock.
Capita che un libro sia soltanto un buon passatempo.
Capita anche che un libro si posi sopra di te come un nuovo strato di pelle, che dia respiro ogni volta che si giri pagina.
Nick Hornby sta diventando una delle mie poche certezze; se Alta Fedeltà mi ha fatto innamorare del suo stile citazionistico e passionale, Non Buttiamoci Giù (titolo originale A Long Way Down) mi ha ridato linfa vitale con queste 4 storie ed altrettante persone impegnate nel darsi man forte l’un gli altri, ognuno con le proprie particolarità e i propri scazzi.
La penna dello scrittore inglese si trova, quindi, a confronto con 4 personalità allo sbando, alla fallimentare ricerca di un equilibrio che sfocia nel tentare il suicidio sulla Casa dei Suicidi.
Ed a meno che non viviate all’interno di un baule, troverete in JJ, Jess, Maureen e Martin la raffigurazione di persone conosciute, viste o di cui avete solamente sentito parlare.
O magari troverete voi stessi in certi comportamenti di uno o nel modo di fare dell’altro.
Nella speranza che nessuno di voi si possa trovare sul bordo del tetto di un grattacielo con l’intenzione di fumarsi l’ultima siga (cit.) e poi buttarsi giù, lo consiglio vivamente.
Bon ragazzi, per chi non l’ha visto eccolo qua: l’ultimo sciò degli Orchid. Lo posto prima di andare a letto così posso almeno sognare di esserci stato quel giorno lì a Cambridge, Massachussets.
P.s. Qui ve lo potete pure scarricare, mettere su cassetta e fare i veri intenditori dicendo che l’avete filmato voi.
Setlist:
1. Amherst Pandemonium (Pt. I)
2. Amherst Pandemonium (Pt. II)
3. Destination: Blood!
4. No, We Don’t Have Any T-Shirts
5. NJ vs. Valhalla
6. Eye Gouger
7. Loft Party
8. Death of a Modernist
9. Trail of the Unknown Body
10. Lights Out
11. Anna Karina
12. None More Black
13. Don’t Rat Out Your Friends
14. We Love Prison
15. Weekend At The Fire Academy
16. …And the Cat Turned to Smoke
17. (Encore) I Am Nietzche
Volevo condividire questo simpatico dischetto che scoprii anni fa come sempre grazie al fedelissimo soulseek. Va detto che i testi sono abbastanza (se non a volte eccessivamente) disperati, ma tutto é dovuto al fatto che il gruppo dedicò tale demo ad un loro amico, morto poco tempo prima. Ecco allora passaggi come questi:
“I wish that I could tell you that the sun never stops shining when I think of you. When I think of those days when we owned the whole fucking world. Every rooftop in the city. When I think of those days when I held the hand of the best friend I ever had.”
Quindi girate alla larga se siete allergici a questo stile, ma musicalmente parlando invece non sono per niente male. Registrazioni sporche come piacciono a noi ed uno stile che ricorda fortemente i Saetia, soprattutto per il cantato. Purtroppo esistono soltanto questi pezzi, visto che gli I Have Dreams hanno gettato la spugna subito dopo l’uscita del demo, volendo che fosse solamente un tributo.
Noi finiamo sempre con il parlare di band nelle cui rispettive line up figur(avan)o parenti più o meno stretti.
Se pensate “Kinsella nuovamente?” voi sbagliatissimo, giusto per spararne una a random.
No, sta volta è il turno dei Votolato, meglio conosciuti per la carriera solista di Rocky e quella con i, da un annetto scioltisi, Blood Brothers e storia bella.
Ultimissimo disco per la breve carriera di questi Waxwing, Nobody Can’t Take What Everybody Owns è un calderone di emozioni grezze che si infila sotto pelle come un ago piantato nel petto.
La voce di Rocky sale e scende come se andasse a pigiare sui tasti dolenti, dando assuefazione al dolore provocato, la parte ritmica toglie ogni possibilità di respiro e le melodie, per quanto non facciano economia di potenza e ruvidità, fanno battere piedi e muovere la testa (magari con 2 lacrimucce agli occhi).
Riassumendo, questo disco dovrebbe diventare uno di quelli di cui Votolato senior parla nella canzone Records, perchè ogni volta che parte è difficile staccarsene.
Era il lontano ‘91, ed un debutto del genere ha reso possibile la transizione dall’emocore/hardcore di gruppi della revolution summer verso un sound più complesso e contorto che ci piace chiamare post-hardocore. Fortissime ancora le influenze punk, ma é il gusto amaro del rock che rende così bello questo lp.
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Yank Crime (1994)
Il mio preferito: “Luau” e “Do You Compute?” le più significanti, ma complessivamente un disco che ha rivoluzionato il modo di pensare dei gruppi post-hardcore, e che per certi aspetti ne ha condizionato l’esistenza.
Essenziale.
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P.S. cambiate le x in t e magicamente funzionano i link…ahh la tecnologia.
I Violent Breakfast sono uno (dei già pochissimi) gruppi italiani di cui possiamo essere orgogliosi, che sono riusciti finalmente a regalarci un full-length dopo ben cinque anni di attività. Il disco non merita pieni voti soltanto dal punto di vista tecnico/compositvo, ma anche come prodotto finale complessivo: sfido chiunque a trovare un vero difetto a questo gioiellino screamo. Vorrei parlare dei testi, così ricercati e poetici e capaci di mescolarsi incredibilmente bene con le atmosfere cupe ed a volte pesanti delle canzoni - ma in fondo sarebbe quasi impossibile raccontare o trasmettere tale arte. Se proprio si volesse, si potrebbe accostare il gruppo toscano a quello emiliano (i cari La Quiete), ma credo che per alcuni aspetti si avvicinino soprattutto a quello che ritengo il miglior gruppo emo-violence degli ultimi anni; i nipponici Envy. Nient’altro Che Tempo é un lavoro intensissimo, dal quale colano urla e chitarre struggenti, sempre occupate a trovare la perfezione nell’equilibrio fra rumore e melodia che tanto amiamo.
La principale differenza tra le band di una volta e quelle di oggi a mio avviso è una sola: il suono. Non tanto per colpa di un evoluzione dovuta ad un necessario cambio generazionale, ma più che altro per colpa della concezione, della considerazione che oggigiorno le band emergenti danno al suono delle proprie canzoni.
Ci sono le dovute eccezioni, ma mi capita sempre più spesso di imbattermi in gruppi che preferiscono puntare sulla tecnica, sul bell’assolo impossibile, sul pezzo d’effetto, invece che concentrarsi sulla creazione di un qualcosa di più personale, di un qualcosa di più intimo.
Ed è proprio il concentrarsi su di un proprio sound che permette ad una band di evolversi e di stupire, perchè a volte non è necessario utilizzare la voce per poter raggiungere l’ascoltatore, per poterlo emozionare, ma si può far trasparire la propria passione tramite il suono dei propri strumenti.
Basta prendere gruppi come i Pelican, Isis o Explosions in the Sky, che album dopo album dimostrano questa teoria, puntando più sulla creazione di veri e propri paesaggi sonori che sulla canzone stessa.
Di questa schiera di bands fanno parte pure gli Jakob, trio proveniente dalla città neozelandese di Napier, dediti anch’essi ad un post/ambient-rock che da circa 10 anni a questa parte ha saputo farsi apprezzare soprattutto dai fans del genere.
La loro è una musica che ha saputo evolversi con il tempo, passando dallo stile più progressive del primo album “Subsets Of Sets” alle distorsioni rumorose del secondo acclamato “Cale:Drew”, dove emergono episodi di furia psichedelica alla Sonic Youth ma anche melodie che invece rimandano ai maestri Mogwai.
L’ultima loro prova risale a due anni fa con il disco “Solace” in cui i tre seguono il percorso tracciato dagli album precedenti senza troppi colpi di scena, ma comunque senza abbandonare il proprio stile e lasciando per certi versi spazio ad atmosfere più dark che in passato.
Chi segue tale scena molto probabilmente già li conoscerà ma comunque consiglio l’ascolto a tutti coloro che apprezzano tale genere di musica.
La loro discografia non è difficile da scovare su internet comunque la trovate comodamente a questo link.
Davvero, le cose che conosco su di loro sono pochissime (per darvi un idea: niente my space, niente foto, niente di niente) , non ricordo nemmeno come siano arrivati sul mio pc. Le uniche info che posso darvi sono che questo 7″ è edito dalla misconosciuta Rice Control e che hanno fatto uno split con gli Stars of the Dogon (scaricatelo http://www.mediafire.com/?2jpx9apganc ). Per il resto non chiedetemi nulla, sappiate solo che i TDOMAM sono entrati dritti dritti nel mio Olimpo personale. Solo due pezzi, per circa 12 minuti. Un concentrato di tutto quello che dovrebbe essere l’hc, per come l’intendo io almeno (si, quelle solite robe lì: rabbia, urgenza, fragilità etc etc).
A tratti, incredibilmente, sembra di sentire i nostrani La Quiete (chissà se hanno mai sentito questo formidabile 7″, uscito ormai 10anni fa. 1998 pride ecchevelodico a fare).
The Day as man as man candidati alla palma di gemma nascosta, di gruppo emoanni90quellarobalà più sottovalutato di sempre? SI.
Cold October fall,
At the outside of a VFW hall,
I said I minded distance
but distance would define us, define us all.
A tree in Nichol’s Park,
I carved a broken heart.
I said I minded distance
But distance owned us from the start.
It’s every song. It’s every song.
There’s dividing lines between east and standard time,
So promise me… you’ll still be mine.
Cold October fall,
At the outside of a VFW hall,
I said I minded distance
but distance would define us all.
Will this come between us as I doubt
all of the pages I pour out?
When our doubt becomes regret,
Don’t ever forget…
My only,
You own me,
If you’d only see.
We’ve forgotten how
She says will this come between us
as I doubt all of the pages I pour out?
When our doubt becomes regret,
Don’t ever forget…
There’s dividing lines between east and standard time,
So promise me… you’ll still be mine.
There’s dividing lines between east and standard time,
So promise me… you’ll still be mine.
Promise me you’ll still be mine.
Incuriosito dal loro nome, (pensavo avesse qualcosa a che fare con i The Casket Lottery) ho deciso di dare una chance a questo giovanissimo gruppo che si pubblicizzava come “post-rock”. I seguaci di tale genere sapranno meglio di me che ultimamente si sente poco e nulla di nuovo che possa essere classificato come interessante o, ancora peggio, innovativo. Non vorrei pubblicizzare il debutto dei Moving Mountains, Pneuma,come un disco sensazionale o che rimarrà nella storia, ma semplicemente descriverlo per quello che é: un insieme di ottimi pezzi post-rock/post-hardcore romantici che spesso ricordano persino i The Appleseed Cast. Una produzione cristallina aiuta a far scorrere piacevolmente i pezzi più lunghi, come 8105 e Ode We Will Bury Ourselves - due delle canzoniche tra l’altro considero i più significativi dell’lp; giri di chitarra degni dei migliori Explosions In The Sky, anche se in chiave più “commerciale” e sdolcinata.
Magari fossi riuscito anche io all’età di questi ragazzi (che seguono l’ultimo anno di liceo) a concepire un disco del genere. Non saranno i prossimi Mogwai ma nel roster della Deep Elm ci vanno a fagiolo; se siete amanti dei loro compagni di label (nuovi o vecchi) seguite il mio consiglio e compratevi Pneuma.
Oh the babies we could make out in parking
lots of young punks jealous of U.
S. A. is rotting in the air between our
screams and bloody microphone screens
Why do you keep your
hands in the pockets
of all of your ex lovers jeans?
I saw you smoking outside the free clinic
Cul-de-sacks of shit and rings
Whats that? I dunno.
Wont be done until your lips go numb.
Making love to the hooker under the moonlight
Kicking the canes from the elderlys hands
You were road-raging with the student drivers
And draining brains from a braided head
Whats that? I dunno.
Wont be done until your lips go numb.